La quarta intervista della rubrica Who’s Who ha come protagonisti Federico Foglietta (Director di Man) e Claudio Giammatteo (Direttore di Faschim), i quali si confrontano sul tema dei Fondi di Assistenza Sanitaria.

Federico Foglietta: “Buongiorno Direttore e grazie per la sua disponibilità nel condividere con noi alcune delle sue riflessioni in questo nuovo appuntamento del ciclo Who’s Who.

Io sono Federico Foglietta e mi occupo dello sviluppo commerciale di Man in Italia. In questo incontro vorrei approfittare della sua gentile disponibilità per conoscere meglio il Fondo che dirige. Partirei da un argomento che purtroppo è di attualità; vista, infatti, l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo da mesi la prima domanda che mi viene da farle è come il Fondo da lei diretto si sia organizzato per far fronte alle sfide presentate dal prolungarsi dell’emergenza sanitaria”.

Claudio Giammatteo: “Buongiorno e grazie dell’invito. L’esperienza è stata improvvisa e dirompente, soprattutto perché all’inizio nessuno aveva capito, a livello di organizzazione aziendale, la sua portata e i tempi.

Di fatto, sembra paradossale, ma il grande beneficio della virtualizzazione dei processi risiede nell’applicazione del GDPR a maggio 2018; da lì in poi, di fatto, nulla è stato come prima, almeno per la nostra realtà. Si è spostato, quindi, il focus sui processi informatici, sulla loro tutela e molte aree di gestione sono cambiate. Abbiamo cambiato, di fatto, le procedure di accesso ed i supporti di gestione; ciò ci ha consentito di essere più pronti rispetto alla gestione dell’emergenza con la contestuale operatività dall’esterno. E questo è il punto cardine.

Inizialmente, come molte realtà, eravamo disorientati e abbiamo dovuto fare i conti con strutture informatiche non immediatamente predisposte per il lavoro in smart working, abbiamo recuperato i desktop e le diverse connettività; successivamente sono state implementate specifiche procedure per la gestione da remoto, con la riorganizzazione di tutto il parco hardware per renderlo adeguato a questa attività.

Sul modello organizzativo, mi sento di dire che il vantaggio competitivo presente in Faschim deriva dal suo modello che nel tempo ha progressivamente spostato tutti i processi dalle attività di gestione manuale della carta verso la dematerializzazione di tutti gli oggetti. Questo ovviamente ci ha consentito di essere più rapidi e tempestivi nel gestire la virtualizzazione dei processi e questo fenomeno pandemico che ha spostato sul territorio l’attività che lavorativamente era centralizzata in un unico ufficio. Oggi, infatti, l’attività su carta è totalmente trascurabile e tutto è stato virtualizzato. Ciò significa, di converso, che è diventata estremamente importante l’area del portale – quindi supporti informatici (da cui anche in questo momento stiamo parlando) – e la gestione virtualizzata dei documenti. 

Tutti i collaboratori di fatto operano in modalità di smart working di 5 su 5 e questa è stata un’esperienza dirompente che ha accelerato anche i tempi dei modelli organizzazione del lavoro anche nell’ambito delle aziende piccole o medie. Infatti, è stato il momento in cui abbiamo finalizzato un accordo di smart working sperimentale per tre anni di 3 giorni su 5.

Di fatto, questo ha portato un obbligo di un cambiamento culturale e di conoscenza informatica sull’uso dei dispositivi; probabilmente non avremmo avuto un’accelerazione così repentina se non ci fosse stato quest’evento pandemico sull’uso e sull’approfondimento degli strumenti informatici che sono diventati di diffuso utilizzo da parte di utenti non necessariamente così avvezzi all’utilizzo di questi strumenti. Abbiamo però acquisito maggiore consapevolezza sui comportamenti, in particolare sulla tutela della salute dei dipendenti e, più in generale sulla collettività. 

Il Fondo, di fatto, ha messo in atto delle strategie verso i propri associati, relativamente alle prestazioni che eroga come contributi sanitari e sono state attivate delle prestazioni sanitarie aggiuntive per far fronte e dare un contributo ai nostri associati nel periodo pandemico, in particolare dal 1° febbraio 2020 fino al 30 settembre 2020, successivamente posticipato fino alla fine del 30 dicembre 2020.

Sono contributi che vanno dall’erogazione di importi per la diaria da isolamento domiciliare, la diaria da ricovero, diaria per indennità post ricovero, post terapia intensiva e due aree anche molto importanti che cominciano a connotare l’evoluzione dei Fondi Sanitari che verso più ampi spettri di prestazione riguardano la visita specialistica domiciliare e il videoconsulto; quest’ultimo si intende come visita specialistica effettuata mediante il ricorso a strumenti di collegamento telematico.

Questa esperienza, quella della pandemia, al di là delle grandi grandi criticità che ha derivato e i drammi personali e sociali da cui esso è scaturito, ha offerto però ai Fondi e anche al pubblico, un momento di riflessione sul ruolo dei Fondi Sanitari Integrativi, non solo come soggetti che integrano e sostengono il reddito dei propri iscritti, tipicamente riferiti ai Contratti Nazionali di Lavoro, ma anche promuovendo un ruolo sociale di sussidio e di sostegno per quelle specifiche forme di gestione della fragilità.

Siamo ancora molto lontani da forme di autoassicurazione delle LTC, ma purtroppo viviamo tutti i giorni il paradosso di un’economia sommersa prevalentemente di badanti che in questo periodo di emergenza ha fatto riemergere come un drammatico problema. 

Un’area potenzialmente interessante può essere sia l’integrazione con veicoli aziendali e collettivi di welfare aziendale, per la parte sanitaria, sia nuovi servizi, ad esempio la telemedicina. Grazie infatti alla digitalizzazione possono essere maggiormente fruibili a costi sempre più accessibili questi strumenti. Questi possono avere un ruolo importante non solo per la gestione delle malattie croniche (che richiedono il continuo monitoraggio del paziente), ma anche in numerose casistiche.  Spero di essere stato esaustivo in questa prima risposta”.

Federico Foglietta: “La ringrazio Direttore per questa prima risposta, alla quale mi collego forse alla parte finale per chiedere un’ulteriore cosa. É evidente infatti come i Fondi di Assistenza Sanitaria abbiano un ruolo importante sia per lavoratori che per le imprese. Data la loro natura privatistica, mi farebbe piacere avere una sua riflessione sui rapporti che i Fondi di Assistenza Sanitaria hanno in relazione al Sistema Sanitario Nazionale pubblico”.

Claudio Giammatteo: “È una domanda molto complessa. Si entra, infatti, nella sfera della politica sanitaria pubblica. Vede, secondo alcuni politici e ricercatori, personalmente mi permetto di dire, forse non sempre addetti ai lavori o profondi conoscitori della materia, la risposta sarebbe semplice: i Fondi Sanitari debbono erogare solo le prestazioni non disponibili dal servizio sanitario nazionale, i cosiddetti LEA, quindi operare solo nell’ambito del perimetro circoscritto dalle prestazioni extra LEA.

C’è tuttavia, da osservare che c’è un forte strabismo: da un lato le prestazioni riportate in un elenco cartaceo e, dall’altro, quelle effettivamente erogate nei tempi e nei modi utili per i cittadini. E qui mi riferisco, in particolare, a specifiche aree cliniche, ambulatoriali e ad alcuni territori in particolare. Dunque, se questa risposta corrispondesse al vero avremmo poco di più di dieci Fondi Sanitari in Italia, i cosiddetti DOC, che erogano solo le prestazioni extra LEA: solo odontoiatria, solo LTC, solo socioassistenziale; ma la realtà è molto diversa e i bisogni degli assistiti ai Fondi o vengono soddisfatti (da qui la presenza di oltre 300 fondi), oppure c’è un problema.

Fatta questa importante precisazione, proviamo a dare una risposta.

Ritengo che sia auspicabile un’integrazione ragionata, condivisa e non imposta dall’alto. Facciamo una metafora: immaginate la composizione di un puzzle. Le tessere si studiano prima di avvicinarle e non si incastrano a forza, nessuno lo farebbe. Ora, sono decenni che i fondi esistono eppure sembra che per il legislatore sia più semplice forzare le tessere che studiarle per poi trovare quelle che combaciano. La dimostrazione plastica è la recente indagine del Ministero della Salute in cui sono stati richiesti ai Fondi dati statistici, quantitativi e qualitativi, con una tassonomia del Servizio Sanitario Nazionale totalmente diversa e lontana dalla realtà dei fondi. Quindi, senza metafore, seppur utili a capire la situazione, immagino un’integrazione che passi attraverso quattro punti:

  • il potenziamento governato dell’ALPI, in convenzione diretta;
  • lo scambio informativo con una maggiore trasparenza dal sistema pubblico, quindi dei flussi informativi;
  • la costruzione di luoghi di dialogo tra i due sistemi con studi sull’appropriatezza e sui fenomeni cosiddetti anomali ovvero fraudolenti (che è una realtà che interessa anche il Servizio Pubblico, oltre che i servizi dei fondi sanitari di natura privatistica);
  • una revisione della normativa snella non complessa e burocratica, che salvaguardi le autonomie dei Fondi, in particolare, quelli di emanazione dei Contratti Collettivi Nazionali (CCNL) di cui sono la manifestazione privatistica.

Spero, quindi, che si mettano da parte le ideologie che potenzialmente potrebbero frenare un’utile attività dei fondi sanitari in un contesto estremamente articolato e che non si perda il patrimonio culturale, organizzativo e di valore aggiunto maturato in oltre 15 anni di attività per alcuni ideali e per alcuni fondi a oltre 30 anni, per oltre 10 milioni di assistiti e ciò in seguito a scelte errate di politica sanitaria.

Pensate solo alla grande utilità che i Fondi hanno avuto nel sostenere economicamente i propri assistiti in un momento in cui, a causa della pandemia, si sono contratte le cure: accertamenti, visite specialistiche e ricoveri programmati nel Servizio Sanitario Nazionale (SSN) facendo, di conseguenza spostare la richiesta sugli erogatori privati. Mi riferisco ovviamente al periodo in cui questa attività è tornata ad essere possibile nell’ambito privato.

Noi abbiamo infatti rilevato da un punto di vista quantitativo una maggiore contrazione dei volumi di prestazioni erogate dal servizio sanitario rispetto a quelle, seppur diminuite, del privato. Mi riferisco a prestazioni di accertamenti ed ambulatoriali in particolare. Quindi quattro punti che vi ho detto e sui quali vorrei tornare in sintesi penso possano essere la sintesi di come vedo io l’integrazione: Fondi Sanitari pubblici, Fondi Sanitari Integrativi e Servizio Sanitario Pubblico, potenziamento dell’ALPI, scambio dei flussi informativi, costruzione di dialoghi e una revisione della normativa snella, non complessa e burocratica che tuttavia salvaguardi l’autonomia dei fondi stessi”.

Francesco Foglietta: “Grazie ancora. È chiaro quindi come i Fondi di Assistenza Sanitaria rappresentino una realtà importantissima, ma anche complessa. Le faccio un’ultima domanda su quali siano, quindi, in generale, gli obiettivi principali che un Fondo Sanitario  dovrebbe perseguire nella sua gestione finanziaria”.

Claudio Giammatteo: “Dunque, premettiamo che i Fondi Sanitari, contrariamente ad alcuni luoghi comuni che è bene sfatare, non dispongono di patrimoni ingenti, non esistono miliardi di euro nelle Casse dei Fondi Sanitari, al più qualche milione di euro in funzione dei contributi incassati. Ciò deriva ovviamente dalla particolare attività che svolgono, di fatto i Fondi utilizzano i contributi che incassano per garantire le prestazioni ai propri associati, quindi una distinzione basilare tra:

  • i Fondi Pensione: fondi di previdenza che gestiscono contributi a monte, li accumulano, per riversarli sotto forma di rendita quando l’associato ne avrà bisogno e avrà diritto alle prestazioni;
  • i Fondi Sanitari che incassano i contributi, con la cui liquidità erogano nel mentre le prestazioni.

Quindi c’è una dicotomia enorme sulla parte temporale e non spesso i nostri politici hanno le idee chiare su questi temi, pensano che i Fondi Sanitari chissà di quali patrimoni dispongano. In questo caso, però, dobbiamo ulteriormente distinguere a livello di fondi sanitari due tipi di gestione, con riguardo alla gestione finanziaria. Ci sono due modelli che sono agli antipodi. Esistono:

  • i Fondi in autogestione, quale è il nostro;
  • i Fondi che garantiscono le prestazioni, mediante convenzione assicurativa. 

La gestione del primo modello è molto più complessa, quella in autogestione, e aggiungo io – un po’ perché la dirigo e un po’ perché me ne rendo conto – è molto più interessante e maggiormente aderente ai bisogni della collettività che si assiste, rispetto ad un modello in convenzione assicurativa che per ovvi motivi deve mediare bisogni più trasversali.

Nel primo caso, quindi nel modello in autogestione che incassa i contributi gestisce un patrimonio e con quello deve erogare le prestazioni in autogestione va posta una grande enfasi all’analisi dei dati relativi all’ALM (Asset Lifecycle Management) in ottica periodale, cioè su più esercizi. 

Nel secondo caso, viceversa, si trasferisce interamente il rischio sotto forma di pagamento del premio assicurativo e la gestione finanziaria, di fatto, non beneficia, questo avviene di norma, dei risultati positivi sull’andamento tecnico, cioè non riesce ad accumulare parte degli avanzi di bilancio e, viceversa, è influenzata dall’andamento del mercato dei provider assicurativi. 

Veniamo quindi alla gestione finanziaria agli obiettivi del Fondo su questo tema. Vista la natura del fondo di erogare le prestazioni mediante l’utilizzo dei contributi incassati, va da sé che l’ottica finanziaria deve essere di breve periodo e l’obiettivo, di conseguenza, è la salvaguardia del valore reale del patrimonio disponibile. Questa è la gestione del buon padre di famiglia. Ciò si esplica attraverso una prudente politica degli investimenti.

Recentemente il nostro Fondo ha approvato un Regolamento di gestione degli investimenti finanziari, vi recito solo il pezzettino che riguarda la gestione del patrimonio dove viene indicato sinteticamente che “Il patrimonio accantonato sarà investito con l’obiettivo di conservarne il valore reale nel medio periodo e con un profilo di rischio contenuto.”

Questa espressione è strumentale a comprendere qual è la politica di investimento che il Fondo ha attuato e questo obiettivo si raggiunge mediante diversi step successivi:

  1. in primo luogo, un’analisi di bilancio tecnico previsionale, non oltre 5 anni mediante proiezione dei ricavi e dei costi con una relativa movimentazione del patrimonio e analisi del cash flow prevedendo, possibilmente, diversi scenari. I Fondi Sanitari, di fatto, necessitano di analisi matematica ed economica e quindi competenze di economia aziendale, organizzazione aziendale, diritto del lavoro, previsioni degli scenari sanitari e debbono tutti convergere insieme a tecniche di statistica attuariali nella costruzione di un piano economico almeno quinquennale, per far vedere quali saranno gli scenari, l’andamento dei contributi in ingresso e dei rimborsi e delle spese di gestione in uscita, fatto salvo che noi siamo succubi di quello che poi succede nell’ambito governativo come tutti quanti;
  2. una specializzazione interna al Fondo sui temi di investimento finanziario e nel nostro caso ciò è stato raggiunto con l’ausilio di due consulenti: Risk Advisor ed Investment Advisor, che opera all’interno del veicolo finanziario appositamente costituito per Faschim. Parte del proprio patrimonio di Faschim è stato investito in una SicLav che è nata alcuni anni fa con l’obiettivo di far convergere all’interno della stessa alcuni asset del Fondo.

I principi di investimento relativamente agli obiettivi sono quelli di raggiungere idonei livelli di diversificazione mediante un’adeguata composizione del portafoglio e quindi un’adozione dei limiti quantitativi per contenere il rischio di controparte di concentrazione. Tutto con riferimento alla gestione del cash flow in un’ottica estremamente prudente.

Questo per dire che l’obiettivo del Fondo non è quello di massimizzare il profitto, ma è quello di salvaguardare il valore reale del proprio patrimonio. Va da sé che in un contesto in cui non sono ancora definite le norme è evidente ed è auspicabile che non vengano declinate sui Fondi Sanitari le norme più diffuse nell’ambito della gestione finanziaria, cioè quelle dei Fondi pensione, perché un’applicazione pedestre di queste norme dal fondo pensione al fondo sanitario non sarebbe adattabile in modo equo e corretto, a motivo di quello che ho detto all’inizio di due materie completamente diverse. L’attività svoltasi finora ha tenuto conto dell’andamento dei mercati finanziari e di quanto l’industria dell’asset management offre in termini di soluzione d’investimento, valutandone sia la qualità, sia coerenza con il profilo di rischio tipico di un Fondo Sanitario”. 

Federico Foglietta: “Guardi grazie molte, credo sia stato chiarissimo nelle risposte che ci ha fornito. Dal mio punto di vista, devo dire che le ho trovate non solo estremamente interessanti ma estremamente utili perché mi hanno permesso di conoscere meglio l’attività dei Fondi di Assistenza Sanitaria che spesso effettivamente, come ha anche sottolineato lei, può essere confusa con quella di Fondi che fanno cose completamente diverse. Con questo io oltre che ringraziarla, la saluto e spero di sentirla presto”. 

Claudio Giammatteo: “Grazie a voi e buona prosecuzione. E in bocca al lupo a tutti”.

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